http://circolocabana.sitiwebs.com/


Non si può morire così...
Stefano Frapporti era un muratore di 48 anni. Il 21 luglio 2009 andava in giro in bicicletta quando è stato fermato da due carabinieri in borghese per un'infrazione stradale. Portato in carcere perché sospettato di spaccio non uscirà mai vivo dalla cella.

Questo blog nasce dalla volontà della famiglia di ottenere chiarezza su quel che è successo a Stefano e per chiedere che venga fatta giustizia.



ASSEMBLEA PUBBLICA TUTTI I MARTEDI' DALLE 20.00 ALLA SEDE DELL'ASSOCIAZIONE "STEFANO FRAPPORTI" IN VIA CAMPAGNOLE 22.

mercoledì 11 novembre 2009

NON SI PUO' MORIRE COSI'

Qui di seguito due lettere che, invano, sono state spedite ai “nostri” quotidiani locali e mai pubblicate.

"Dopo più di due mesi dalla morte di Stefano ci si ripresenta la domanda: PERCHE'? Perchè la gente, le persone, i cittadini non si accorgono di quello che sta accadendo attorno? Eppure è evidente quello che sta cambiando anche nel normale vivere di questa nostra cittadina. Stiamo ricominciando a vivere un periodo che i nostri genitori o i nostri nonni hanno pagato pesantemente, soffrendo le costrizioni di una dittatura, sacrificando anche la loro vita pur di allontanarlo da noi. Questo periodo sta ritornando? Certe persone dicono di no, ma quando ci si presenta una morte come quella di Stefano è doveroso porsi una domanda: “ Stiamo vivendo veramente in uno stato libero e democratico?”. Molti risponderebbero di sì, altrettanti “non credo”, pochi stanno già combattendo questa situazione, ma tanti, e di questo siamo sicuri, si stanno chiedendo se si può fare qualcosa. Se dovessimo rispondere noi diremmo: “Basta pensare solo a noi stessi, basta dare un valore solo al nostro benessere”. Bisogna ricominciare a vivere l'uomo, vivere l'amicizia ed avere rispetto per tutti. Noi parenti ed amici di Stefano, stiamo cominciando a vivere questo che forse non ci rende migliori di altri ma, sicuramente, consapevoli di volere una vita che sia lontana da tutto quello che può prevaricare l'uomo. Non vogliamo che succeda ad altri ciò che è successo a Stefano, non vogliamo che qualcuno abbia la possibilità di fermarti e, illegalmente, farti arrestare (parole di avvocato), che qualcuno per girare la frittata, possa affermare che è stato Stefano che aveva del “fumo” a casa. E allora, facciamoci tutti un'altra domanda, una domanda tranquilla e logica : Perché una persona alla quale non viene trovato nulla addosso, che non ha mai avuto problemi con la legge arriva così “spontaneamente” ad una confessione? Cos'è che può portare un uomo a togliersi la vita lasciando tutti increduli? “Beh, se non trovate una risposta pensateci bene, perchè anche a voi potrebbe accadere la stessa cosa."

"Un muratore incensurato viene arrestato illegalmente (lo dice l'avvocato) e poche ore dopo viene trovato impiccato nella cella. Questo in breve è quello che è successo a Stefano Frapporti. Famigliari, amici e solidali aspettano da più di due mesi luce sui tanti lati oscuri di questa tragica vicenda. Fin da subito la sensibilità di varie persone (varie per età e vissuto personale) è stata colpita e non ha potuto o voluto accettare che quello che è successo a Stefano sia normale. Per questo si sono organizzate diverse iniziativa : cortei, mercatini, conferenza sulla legge che portano al “Pacchetto sicurezza”, concerto con aperitivo, altre ancora ce ne saranno come il prossimo corteo del 21 ottobre. Tutto ciò per raccogliere fondi per le spese legali ma soprattutto poer sensibilizzare chi ancora non sa o non avverte il clima di scarsa democrazia che stiamo vivendo. E' innegabile che la militarizzazione che si sta imponendo: vigili armati, ronde, ecc., ci fa sentire meno liberi, soprattutto in una città come Rovereto dove il “crimine” è fortunatamente poca cosa. Per tutte queste ragioni, per non sentirci indifferenti , ci troviamo tutti i martedì alle ore 19.30 al Circolo S. Maria a confrontarci su quello che come cittadini possiamo fare ed invitiamo tutti quelli che condividono le nostre sensazioni a partecipare."


E' possibile, per chi vuole, scrivere a questo indirizzo: nonsipuomorirecosi@gmail.com
o visitare il sito: http://frapportistefano.blogspot.com

Familiari, amici e solidali di Stefano Frapporti

Stefano Cucchi

domenica 8 novembre 2009

«Frapporti, sui verbali abbiamo molti dubbi»

Gli avvocati della famiglia presentano una memoria


I legali chiedono alla procura ulteriori accertamenti sul caso dell’artigiano di Isera trovato morto in cella poche ore dopo l’arresto. Nel documento si parla di tre testimoni che negherebbero sia la perquisizione corporale sia la mancata fermata all’«alt»


Da settimane, durante cortei e presidi in memoria di Stefano Frapporti, familiari e amici parlano apertamente dei loro dubbi sulla vicenda. E fin da subito, sulla tragica morte dell'artigiano d'Isera, trovato senza vita in cella a poche ore dall'arresto per detenzione di droga, le loro perplessità si concentravano sul verbale d'arresto. Ora queste perplessità sono state messe nero su bianco: i legali della famiglia hanno presentato una memoria in procura in cui sottolineano ciò che, a parer loro, in tutta questa storia non tornerebbe. È, in sostanza, una lunga serie di domande precedute però da una premessa: di quell'arresto ci sarebbero dei testimoni. Tre, per la precisione. Tre persone che, quel 21 luglio, sarebbero state davanti al bar "Bibendum" e avrebbero visto cos'è accaduto. Un racconto, quello fatto da queste persone agli avvocati della famiglia Frapporti, che non collimerebbe con quanto scritto sugli atti ufficiali. Tra gli interrogativi, innanzi tutto la modalità dell'intervento. Dal verbale si evince che Frapporti sarebbe stato fermato mentre andava in bicicletta in via Campagnole: non avendo ubbidito all'alt imposto dai carabinieri, in quel momento nei pressi del bar per un controllo, sarebbe da loro stato inseguito e successivamente fermato. A quel punto sarebbe stato perquisito, per capire se avesse addosso della droga, e solo poi sarebbe stato accompagnato in caserma. Questo dice il verbale. Ma i testimoni, ai legali della famiglia, hanno raccontato un'altra storia: i carabinieri, in borghese e in auto, non sarebbero stati fermi davanti al bar, ma sarebbero arrivati in un secondo tempo, dalla direzione opposta a quella di Frapporti. Fermata la macchina uno dei due sarebbe sceso e avrebbe bloccato l'artigiano d'Isera senza intimargli l'alt. E quindi - stando alla ricostruzione di questi tre testimoni - senza doverlo inseguire. Con lui avrebbero parlato di un semaforo rosso non rispettato e lo avrebbero portato in caserma, senza però prima procedere alla perquisizione corporale. Contestata, inoltre, anche la perquisizione in casa: i familiari non avrebbero riscontrato i segni di alcun passaggio nell'abitazione. Nomi dei testimoni e memoria difensiva sono da giorni sulla scrivania del pm, che ora dovrà valutare la rilevanza delle eventuali dichiarazioni e l'attendibilità di chi le offre. Nell'attesa, il gruppo che sostiene la famiglia Frapporti prosegue le sue attività: ieri si è svolto il mercatino, mentre si prepara uno spettacolo teatrale:«Vogliamo sensibilizzare la gente su questo dramma» spiegano.

L'Adige 08.11.2009

sabato 7 novembre 2009

Roma - Migliaia in corteo per Stefano Cucchi, scontri con la polizia

Dopo le azioni fatte in questi giorni davanti all'ospedale Pertini per denunciare la responsabilità anche del personale medico per la morte di Stefano Cucchi, oggi, sabato 7 novembre, i centri sociali hanno organizzato un corteo a Tor Pignattara dove il ragazzo viveva.
La partecipazione è stata molto larga ed eterogenea composta da migliaia di persone: militanti, studenti, amici di Stefano, abitanti del quartiere, migranti, famiglie che hanno perso i propri figli perchè torturati dentro le carceri, non ricevendo nella maggioranza dei casi alcuna attenzione mediatica nè ottenenendo giustiza.
Il corteo ha attraversato il quartiere, passando anche sotto la casa del ragazzo, dove li ha accolti la famiglia che ha dichiarato la propria adesione alla manifestazione e ha espresso gratitudine per la forte solidarietà cittadina.
"Stefano non era un eroe" - afferma la sorella di Stefano dal camion del corteo -, ma una delle tante vittime degli abusi polizieschi perpetrati all'interno del nostro cosiddetto "Stato di diritto". E tuttavia, l'assurdità di questa morte non ha impedito un massiccio dispiegamento delle forze dell'ordine all'interno del quartiere. Una Presenza provocatoria verso la quale si è espressa con forza l'indignazione dei manifestanti, attraverso i blocchi stradali e la resistenza alle cariche della Polizia e al lancio di lacrimogeni.
La triste vicenda di Stefano si inserisce all'interno di una lunga catena, ormai quotidiana, di abusi perpetrati ai danni dei cosiddetti soggetti "deboli". In questa catena si inseriscono strumenti normativi (dalla legge Fini-Giovanardi al Pacchetto sicurezza) in grado di garantire costantemente un clima di "caccia alle streghe".
Come si è visto con il caso di Stefano Cucchi, nessun attore che compone questa catena è privo di colpevolezza, ma tutti, dalla polizia ai carcerieri, passando per il personale medico e la magistratura, hanno dimostrato di essere ingranaggi di questo sistema.

Con Stefano nel cuore. Siete per sempre coinvolti!
Nessuna impunità per i responsabili! Mai più!

mercoledì 4 novembre 2009

«No al silenzio su Stefano»

L’avvocato Giampiero Mattei, legale della famiglia Frapporti, non ha ancora ricevuto nulla di ufficiale dalla Procura. Ma alla concreta ipotesi di archiviazione per la morte di Stefano Frapporti da parte della Procura la famiglia non ha intenzione di arrendersi: «Vogliamo capire i motivi che spingono gli inquirenti a chiudere il caso così. Se necessario, ci opporremo».
Secondo la Procura non ci sarebbero elementi per mettere in discussione né l’operato dei carabinieri, che martedì 21 luglio fermarono per strada Frapporti, lo perquisirono e non trovandogli nulla addosso lo sottoposero a perquisizione domicliare trovando oltre un etto di hashish, nè nella condotta delle guardie carcerarie, che lo ebbero in consegna dalle 22.30 fino alla mezzanotte, quando il quarantottenne muratore di Isera, che fino a quel momento non aveva avuto nessun problema con la legge, venne trovato impiccato nella sua cella. Soffocato dal cordone dei pantaloni della tuta ginnica, come certificò l’autopsia ordinata dal sostituto procuratore Fabrizio De Angelis. Forse quella stringa non avrebbe dovuto esserci, ha obiettato qualcuno. «Gliela dovevano togliere» hanno osservato a suo tempo persino le organizzazioni sindacali che tutelano le guardie carcerarie. Ma buttare in capo alle guardie una morte così crudele e repentina pare ingeneroso, la stringa era ben occultata all’interno del girovita e lo stesso Frapporti non avrebbe dato alcun segno di agitazione o squilibrio.
Del resto nemmeno la famiglia di Stefano Frapporti, molto impressionata anche dal recentissimo caso di Stefano Cucchi, ha mai puntato il dito contro le guardie penitenziarie. «Noi continuiamo a ritenere che l’arresto fosse facoltativo, stando a quanto dice la legge - spiega la sorella Ida -. Stefano non era un criminale, ma un lavoratore onesto. Uno che ha sempre lavorato fin da ragazzo. Non c’era alcun rischio di fuga, nè pericolosità sociale. Non c’era ragione di metterlo in cella, bastava la denuncia. Ci inquieta sapere che anche dopo una perquisizione personale negativa si possa imporre a chiunque una perquisizione domiciliare, senza un reale motivo. Se la Procura non ritiene ci siano condotte da sanzionare e intende archiviare, faremo di tutto per opporci attraverso le vie legali». Gli amici di Stefano, che hanno continuato a sostenere la famiglia persino con una raccolta fondi che ha messo un po’ in imbarazzo i fratelli del muratore scomparso. «Non l’avevamo chiesto noi, siamo autosufficenti, ma loro hanno insistito» spiega Ida Frapporti. Ora c’è il progetto di un’associazione con il nome di Stefano, per fare in modo che tragedie simili non si ripetano.

Il Trentino, 04/11/2009

martedì 3 novembre 2009

Stato debole, crudele che risponde occhio per occhio

Diana Blefari Melazzi è stata la sessantesima persona che si è ammazzata nelle patrie galere dall'inizio dell'anno a oggi. Avrebbe dovuto essere custodita dallo Stato. Lo Stato non l'ha custodita nel modo in cui avrebbe dovuto. Pare che oramai per custodia si intenda solo imprigionamento, reclusione, punizione. Eppure non dovrebbe essere così. L'idea costituzionale di custodia è ben altra. Essa comprende il concetto di cura, di trattamento non dis-umano, di offerta di opportunità sociali. La riforma penitenziaria italiana risale al 1975. Essa regolamentava una idea non solamente reclusoria di custodia. Lo faceva nonostante fossero gli anni della lotta armata. Nel 1986 i confini di quella riforma furono ulteriormente allargati grazie a Mario Gozzini e alla sua legge. Eppure esistevano ancora gli eredi delle Brigate Rosse. Lo Stato accettò la sfida della ragionevolezza.
Veniamo al 2009. Non si può dire che nel 2009 vi sia un'emergenza terrorismo. Diana Blefari è stata lasciata morire da sola in galera con la propria disperazione. Tra la sua depressione e un cieco e nero dovere di imprigionamento ha prevalso quest'ultimo. La cura è stata sommersa dall'imprigionamento a tutti i costi. L'imprigionamento nei confronti di una persona che sta male dal punto di vista psichiatrico è un imprigionamento non costituzionale, odioso. Uno Stato che lascia morire una persona che non sta bene è uno Stato debole, crudele, che risponde occhio per occhio. Cosa si poteva fare per Diana Blefari? Si poteva ad esempio credere a quei medici che dicevano che stava male, si poteva aiutarla a curarsi rinviando il momento del processo. Si poteva evitare di lasciarla sola. Poteva essere ricoverata in qualsiasi ospedale. Invece la si è abbandonata in cella. Qualche settimana fa nel carcere di Rovereto è morto Stefano Frapporti, cinquantenne, muratore. Aveva una sola mano a causa di un brutto incidente sul lavoro. Era stato fermato dai carabinieri mentre era in bicicletta. Lo avrebbero perquisito, gli avrebbero trovato dell'hashish. Hashish, non pistole, non mitra, non eroina. Non aveva commesso crimini di «terrorismo». A causa di quella droga «leggera» è stato arrestato e condotto nel carcere di Rovereto. Dopo poche ore pare si sia ammazzato. Sembra inoltre che fosse in custodia nel reparto osservazione, alla stregua di un delinquente vero.
Ecco cosa è cambiato dagli anni Settanta a oggi: dentro le carceri, il sistema ha perso di razionalità; fuori, la repressione colpisce a raggiera, non solo chi compie fatti eversivi, ma tutti coloro che per ragioni di status o di stili di vita non sono conformi al modello dei custodi. Sessanta suicidi in dieci mesi sono un'enormità. Sei persone al mese si sono sinora ammazzate in carcere. Una ogni cinque giorni. È questa la vera ecatombe del sistema giustizia. Una giustizia che salva i ricchi e custodisce senza umanità tutti gli altri mandandone un po' a morte. A seguito di ogni suicidio vi è sempre un'indagine amministrativa del ministero della Giustizia. Nel caso di Diana Blefari Melazzi ci piacerebbe che, oltre a questa, si esprimesse anche il Csm sulla correttezza delle gelide procedure giudiziarie. Nel caso di Stefano Frapporti, sotto inchiesta dovrebbe andare una legge stupida e violenta quale quella sulle droghe.
Ecco cosa è la galera nel 2009: una somma di casi individuali disperati che il sovraffollamento rende invisibili. Ci vorrebbe un moto di sollevazione delle coscienze che li faccia uscire da quella tragica condizione di opacità.

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone

Il Manifesto, 03.11.2009

Il caso Frapporti va in archivio

Mentre governo e magistratura si dicono pronti a fare chiarezza sul caso di Stefano Cucchi, arrestato a Roma per spaccio di marijuana e morto qualche giorno dopo con il corpo tumefatto, la procura è orientata ad archiviare il caso di Stefano Frapporti, la cui morte per suicidio in una cella del carcere roveretano, a fine luglio, poche ore dopo l’arresto, ha sollevato una grossa impressione in città, oltre a una quantità di polemiche sfociate in numerose manifestazioni pubbliche in cui si chiedeva chiarezza sulla fine del muratore, incensurato fino al momento dell’arresto.
La Procura non ritiene vi siano elementi per ipotizzare reati né nel comportamento dei carabinieri - che avendo trovato, lo dicono i verbali, oltre un etto di hashish nell’appartamento di Frapporti non potevano fare altro che arrestarlo - né nella condotta delle guardie carcerarie, che non si potevano aspettare la repentina decisione di farla finita. L’unico appiglio sarebbe la famosa stringa dei pantaloni della tuta da ginnastica utilizzata da Frapporti per impiccarsi in cella: applicando il regolamento alla lettere le guardie avrebbero dovuto togliergliela, ma lui non aveva dato alcun segno di squilibrio o sofferenza. Pochi minuti prima di uccidersi era stato controllato e pareva tranquillo. Sarebbe ingeneroso addossare ogni responsabilità alla polizia penitenziaria. Dunque, escludendo responsabilità di terzi, la via scelta dalla Procura è l’archiviazione.
Intanto però gli amici e i parenti di Stefano Frapporti continuano a ritrovarsi ogni martedì al dopolavoro di via Santa Maria e stanno organizzandosi in associazione. Da loro arriva una lettera preoccupata per il clima creatosi in città. «Quando ci si presenta una morte come quella di Stefano è doveroso chiedersi se stiamo vivendo in uno stato libero e democratico. Molti risponderebbero di sì, altrettanti “non credo”, pochi stanno combattendo questa situazione ma tanti, ne siamo sicuri, si stanno chiedendo se si può fare ancora qualcosa. Se dovessimo rispondere, diremmo: “Basta pensare solo a se stessi, basta dare un valore solo al nostro benessere. Bisogna ricominciare a vivere l’uomo, l’amicizia, e ad avere rispetto per tutti. Noi, parenti e amici di Stefano, stiamo cominciando a vivere questo, che forse non ci rende migliori degli altri ma di sicuro consapevoli di volere una vita lontana da tutto ciò che può pevaricare l’uomo. Non vogliamo che accada ad altri ciò che è successo a Stefano, non vogliamo che qualcuno abbia la possibilità di fermarti e farti arrestare e che qualcuno, per girare la frittata, possa affermare che è stato Stefano a dire che aveva del fumo a casa. Facciamoci tutti una domanda, tranquilla e logica: perchè una persona alla quale non viene trovato nulla addosso, che non ha mai avuto problemi con la legge arrivi così “spontaneamente” ad una confessione? Cosa può portare un uomo a togliersi la vita lasciando tutti increduli? Pensateci bene perchè anche a voi potrebbe accadere la stessa cosa».

Il Trentino, 03/11/2009

lunedì 2 novembre 2009

Stefano e non solo...

Il caso di Stefano Cucchi non è purtroppo né il primo né isolato. Tra le altre, le famiglie di Aldrovandi, Raisman e Bianzino aspettano ancora una piena giustizia e la fine dell’impunità dei poteri dello Stato.


Tanti i casi di presunte violenze delle forze dell’ordine Sentenze spesso morbide, pochi colpevoli


di
Cristiano Armati –
da Il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2009

Stefano Cucchi, il ragazzo arrestato a Roma il 15 ottobre per il possesso di stupefacenti e trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è uscito vivo dall’impatto con il sistema repressivo. Ora è sulle pagine dei giornali e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo martoriato. Cosa gli è successo? Davvero ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a “presunta morte naturale”?

In realtà, negli ultimi anni, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di persone. Si è cominciato, per contare le vittime a partire dal 2005, con il diciottenne Federico Aldrovandi, massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre di quell'anno. Di lui, i responsabili della sua morte hanno prima detto “che sembrava un albanese”, poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro. In gergo viene definita “crisi psicomotoria”: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, sessantenne di Quartu (Cagliari), trascinato via dalla piazza dove vendeva fichi d’india e rinchiuso per un Trattamento Sanitario Obbligatorio nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande. L'ambulante viene sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.

UNA COSA simile succede a Riccardo Raisman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema che gli ha lasciato in eredità una fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Raisman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano. Qualcuno chiama la polizia ma Raisman si guarda bene dall’aprire. Intervengono i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa. Quando Raisman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli, poi più nulla: Riccardo è morto.

ANCHE PER il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga (Perugia), i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti e portato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose viste le lesioni agli organi interni accertate dall’autopsia.

Nella macabra lista delle vittime dell’ordine pubblico troviamo poi Giuseppe Torrisi , 58 anni, un clochard di Milano ucciso a botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, i tutori dell'ordine hanno pensato di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino.

Non è la prima volta che accade. Per lo stesso Gabriele Sandri, classe 1981, ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007, si è parlato di mistificazione, anche se il responsabile di quell'assurda morte è stato processato e condannato a una pena da molti ritenuta troppo lieve. Per contro c'è anche chi non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante. Visitato in prigione, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio.

A VOLTE, PER incontrare la morte, non è neppure necessario commettere un reato. Il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia (Roma), non ha fatto null’altro di diverso dallo starsene seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009.

Più fortunato di lui è stato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, la giunta comunale del comune lombardo ha ritenuto di dover armare.

Dalla tragedia di Achrige alla fine di Stefano Cucchi, le similitudini si colgono quantomeno nella difficoltà con cui gli organi preposti diffondono informazioni attendibili sui casi di morti da ordine pubblico. Stefano Cucchi, in attesa di ulteriori accertamenti, potrebbe essere l’ennesimo anello di questa catena. Ma ora che le orbite tumefatte del ragazzo gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile dare un senso a quegli slogan di “verità e giustizia” che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime delle forze dell’ordine?


di Franco Corleone – Il Manifesto


La morte di Stefano Cucchi sgomenta per il carico di inaudita violenza esercitata verso una persona fragile; colpisce per il peso di omissioni, sciatterie, menzogne, che hanno accompagnato un calvario di sette giorni, dal fermo all'autopsia.

E' una vicenda che condensa in sé -esasperati- tutti i malanni e le contraddizioni del funzionamento della giustizia, del carcere non trasparente, della legge sulla droga.

Stefano Cucchi viene fermato per il possesso di un pezzo di hashish, all'udienza di convalida si presenta con un avvocato d'ufficio; il giudice conferma l'arresto e rinvia il processo a nuova seduta (quali esigenze cautelari impedivano la liberazione o gli arresti domiciliari?); entra infine nel tunnel che lo porta a Regina Coeli, poi al Fatebenefratelli e infine nel repartino bunker dell'Ospedale Sandro Pertini.

In questo percorso costellato di puntigliosità burocratiche non c'è spazio per i diritti elementari di civiltà, prima ancora che per il dettato dell'Ordinamento penitenziario; non c'è spazio per un briciolo d'umanità verso i familiari, prima ancora che per il diritto alla salute e alla vita di un detenuto.

La riforma che ha passato la sanità penitenziaria al servizio sanitario pubblico ha fallito, in un' occasione che poteva costituire il banco di prova per segnare la differenza e garantire i principi costituzionali.

Stefano Cucchi non è un caso isolato, purtroppo. Che cosa dicono oggi i nomi di Marco Ciuffreda, di Giuseppe Ales, di Alberto Mercuriali, di Roberto Pregnolato, di Stefano Frapporti, di Aldo Bianzino? Sono persone morte in carcere in circostanze non chiare o suicidatesi per reazione all'arresto legato alla detenzione di pochi grammi di stupefacenti. Sono persone presto dimenticate o su cui neppure si è acceso l'interesse dei media e delle istituzioni. C'è da augurarsi che questa volta le indagini procedano speditamente per arrivare a conclusioni non desolanti e non deludenti. Si tratta di sapere subito con precisione come sono andate le cose. Questa sarebbe la prima conquista di verità e di giustizia. La seconda, di non avere riguardi verso gli eventuali colpevoli, qualsiasi divisa essi indossino.

Infine, di riflettere sul serio sui tanti risvolti criminogeni della legge antidroga. Che non solo equipara nell'assurdo rigore delle pene droghe leggere e pesanti; soprattutto, abbandona per furore ideologico i tradizionali principi di garanzia, considerando presunto colpevole (di spaccio), passibile perfino di arresto, anche chi possiede pochi grammi di sostanza. Al di là degli effetti repressivi, la legge alimenta lo stigma verso i consumatori di droghe in quanto tali; indebolisce i soggetti colpiti dalla repressione per la vergogna e la paura; "autorizza" nei loro confronti la violenza morale del disprezzo e dell'intolleranza, anticamera spesso della violenza fisica. Così nel 2000, nel carcere di Sassari gli agenti della polizia penitenziaria poterono impunemente accanirsi contro detenuti inermi, quasi tutti tossicodipendenti, con un pestaggio selvaggio e dai contorni bestiali senza ragione alcuna.

Ci sono poi le attività di polizia sotto copertura per gli acquisti e il commercio di droga, previste dalla stessa legge: con il ritardo degli arresti e dei sequestri, i controlli e le ispezioni senza autorizzazione preventiva dell'Autorità giudiziaria si è dato il via ad attività che si fondano sull'impunità e sulla discrezionalità: che, nel caso di "mele marce" (vedi quelle del caso Marrazzo), arriva fino all'arbitrio, al ricatto e all'arricchimento illecito.

Come ha scritto Adriano Prosperi (Repubblica, 30 ottobre), almeno riconquistiamo l'habeas corpus!


di Furio Colombo – da Il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2009


Non leggete le storie di Stefano Cucchi, Mariano Bacioterracino ed Elham come se fossero brutte storie tipiche del caotico vivere di massa. Non pensate che a loro “qualcosa è andato storto”, che succede, che è sgradevole, ma la vita, adesso come nel passato, è piena di brutte sorprese.

Le vittime di questo elenco sono un giovane uomo arrestato senza ragione, un pregiudicato nella lista di esecuzione della camorra, un uomo del tutto innocente impigliato nella rete di un’odiosa burocrazia persecutoria. Sono la stessa persona, privata all’improvviso di diritti umani e civili. Quella persona siamo noi, mentre moriamo di botte, moriamo uccisi sui marciapiedi, moriamo di sciopero della fame in un campo di concentramento detto “Centro di Identificazione ed Espulsione”.

Siamo noi persino nello sdoppiamento da malattia mentale che si vede nel video del delitto di camorra: i passanti scavalcano il corpo della persona appena uccisa fingendo di non vedere. Siamo noi che diciamo per bocca del responsabile carcerario che Stefano Cucchi (faccia sfondata, schiena spezzata) “ha preferito dormire, rifiutando il ricovero in ospedale”. Siamo noi quando i medici di un grande ospedale civile vedono per due volte il marocchino Elham detenuto senza reato e senza sentenza, senza avvocati e senza tribunale. Nessun medico fa domande, nessuno ascolta, nessuno vuole sapere. Lo rimandano, un essere umano ridotto a quaranta chili dal suo ostinato sciopero della fame, nel lager di Gradisca, dove è ancora detenuto e morente, mentre io scrivo e voi leggete. Vorrei essere capito. Sto dicendo che noi, noi tutti vittime, colpevoli e testimoni siamo scesi al livello in cui si pestano a morte i detenuti, si scavalcano di fretta i cadaveri, si lascia morire di fame in perfetta indifferenza l’immigrato testardo.

Siamo la stessa gente che ammazza di botte gli omosessuali e ammazza di cavilli procedurali la legge che difende gli omosessuali in modo che questa legge non ci sia mai. Siamo noi il disperato Elham che muore nel lager costruito per punirlo di essere venuto in Italia in cerca di un Paese civile. Siamo noi il carceriere e il medico senza dignità che- per quieto vivere- lasciano morire chi cerca nella morte l’unica fuga. Siamo l’uomo abbattuto dalla camorra, con pochi gesti agili, senza concitazione. Siamo l’assassino che va via senza nascondere la pistola, siamo i passanti che non fanno caso ai cadaveri sui marciapiedi. Siamo i poliziotti che hanno massacrato il giovane Stefano Cucchi e continuano a restare ignoti. Siamo dunque allo stesso tempo il terrore e le vittime del terrore perché i nostri diritti e la nostra decenza sono precipitati in un buco nero immorale e illegale insieme a Cucchi, Bacioterracino, a Elham e ai loro assassini. Poiché ci siamo lasciati degradare fino a questo punto, non ci resta che dire un grazie riconoscente ai genitori e alla sorella di Cucchi che non hanno ceduto; ai giudici del delitto di camorra, che hanno diffuso il tremendo video, affinché tutti vedessero una scena di vita in una città italiana ai nostri giorni; a coloro che hanno fatto arrivare l’ annuncio di prossima morte dell’ immigrato Elham. Queste tre notizie servono almeno a ricordarci quanto siamo arrivati lontani dalla nostra Costituzione e dai fondamenti della Carta dei diritti dell’uomo. In Italia. Oggi.

Audio shock dal carcere di Teramo

Audio shock dal carcere di Teramo: "abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...".

Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra un superiore e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.
Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.
In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano. La deputata chiede al ministro Alfano se ritenga di dover accertare "se questi corrispondano al vero e di promuovere un'indagine nel carcere di Castrogno di Teramo per verificare le responsabilità non solo del pestaggio di cui si parla nella registrazione, ma anche se la brutalità dei maltrattamenti e delle percosse sia prassi usata dalla Polizia Penitenziaria nell'istituto". Proprio questa mattina la Bernardini ed il segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, faranno visita al carcere. Intanto la Uil chiede chiarezza e verità anche a tutela della professionalità e dell'impegno quotidiano della polizia penitenziaria di Teramo. "Noi possiamo solo affermare - sottolinea la segreteria regionale - che la violenza gratuita non appartiene alla cultura dei poliziotti penitenziari in servizio a Teramo che, invece, pur tra mille difficoltà hanno più volte operato con senso del dovere, abnegazione e professionalità. Ciò non toglie che la verità vada ricercata con determinazione e in tempi brevi. Noi vogliamo contribuire a questa ricerca impedendo, nel contempo, che si celebrino processi sommari, intempestivi e impropri". Anche il notevole sovraffollamento è causa di forti tensioni. L'istituto potrebbe contenere al massimo 250 detenuti, ne ospita circa 400. Un solo agente per sezione deve sorvegliare, nei turni notturni, anche più di 100 detenuti; un flusso di traduzioni che determina l'esaurimento di tutte le risorse disponibili.

domenica 1 novembre 2009

Morire di carcere

Da gennaio a ottobre nelle carceri italiane sono morti 146 detenuti, di cui 59 per suicidio
A cura del centro studi di Ristretti Orizzonti

La morte di Stefano Cucchi e l'ondata di indignazione al riguardo, soprattutto dopo la pubblicazione delle sconvolgenti immagini del suo corpo martoriato, sono un fortissimo e drammatico richiamo alla realtà: per tutti coloro che si occupano di carcere, per lavoro o per impegno civile, ma anche per chi ne sente parlare soltanto dai giornali e soltanto quando in carcere finiscono persone famose. Ma la realtà del carcere ha poco a che spartire con il mondo leggero dei rotocalchi, è una realtà dura e cattiva.

Quando il sistema penitenziario italiano viene definito fuori-legge, illegale, incivile (parole più volte usate dallo stesso Ministro della Giustizia), vuol dire che la sofferenza di chi sta in carcere supera il livello ritenuto ammissibile, che la pena diventa supplizio. Soffrono in primo luogo i detenuti, ma soffre anche la polizia penitenziaria, che nell'ultimo mese ha pagato con tre suicidi lo stress di un lavoro sempre poco riconosciuto. E dove gli agenti stanno male, devono fare turni di 12 ore, e via dicendo, non ci sarà un bel clima neanche per detenuti.

Il Bollettino degli eventi critici negli Istituti penitenziari (realizzato dal Ministero della Giustizia) è un documento conosciuto solo dagli addetti ai lavori: parla di morti, suicidi, autolesionismi, scioperi della fame, ma anche di proteste collettive ed evasioni. Lo alleghiamo al dossier Morire di carcere di questo mese, in modo da fornire anche un riscontro ufficiale al nostro monitoraggio. Nel bollettino del Ministero c'è una serie storica dei decessi di detenuti, dal 1992 al 2008: mediamente ogni anno muoiono 150 detenuti, di cui circa un terzo per suicidio e gli altri due terzi per cause naturali non meglio specificate. Gli omicidi registrati sono 1 o 2 l'anno.

Con il nostro dossier cerchiamo di dare una lettura diversa a queste morti, distinguendo quelle causate da malattia da quelle per overdose (di droghe, di farmaci, di gas butano), ma anche segnalando i casi nei quali vengono aperte inchieste giudiziarie per l'accertamento delle cause di morte: sono le cause da accertare, che a volte rimangono tali finché cadono nel dimenticatoio (sulla morte di Marcello Lonzi, avvenuta nel 2003 nel carcere di Livorno, ancora non c'è una verità accertata). Alleghiamo anche un altro documento, il riepilogo dei casi raccolti nel Dossier 2009 (non sono tutti quelli verificatisi, perché non sempre le notizie delle morti in carcere vengono divulgate).

Noi raccogliamo le vicende segnalate dai media, dal volontariato, dai parenti dei detenuti, da qualche parlamentare particolarmente attento a queste problematiche, etc. Nel riepilogo si può notare, ad esempio, che i suicidi riguardano prevalentemente i detenuti più giovani; addirittura i 10 morti di carcere più giovani del 2009 sono tutti suicidi e 2 avevano solo 19 anni. Le morti per cause da accertare sono più numerose di quelle per malattia.

I dati complessivi del 2009 (aggiornati al 30 ottobre) denunciano un aumento di ben 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008, mentre il totale delle morti di carcere hanno già superato il totale dello scorso anno: 146 contro 142.

Il curatore del Dossier Francesco Morelli

Consulta il dossier Morire di Carcere